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mercoledì, 23 luglio 2008

DOVE VA L'ALPINISMO ITALIANO

postato da intrablog alle 12:00 in editoriale
alberto_peruffo_vicenza_performance2007Dove va l’alpinismo italiano? [di Alberto Peruffo]

«Dove va l’alpinismo italiano dopo la morte di Karl Unterkircher e le questioni sollevate da Gabriele, uno dei blogger storici della tua rete?» mi ha chiesto una giornalista italiana che se non lavorasse in un giornale così poco convenzionale [ Il Resto del Padrino, un giornale situazionista che sarà pubblicato dopo la morte di Berlusconi ] come quello in cui lavora, potrebbe essere la mia coscienza. Che ne so io, le ho riposto gentilmente. Io oramai è come se fossi costantemente confinato tra la sella di due montagne e con il binocolo cogliessi solo segnali. Segnali di fumo. Sì, è anche vero che per anni mi sono alimentato di salite e storia dell’alpinismo e che forse una prospettiva storica potrei ancora averla. Anzi, il distacco degli ultimi anni potrebbe forse concedermi un’obiettività che ai compilatori di cronaca e ai praticanti della disciplina non può essere tecnicamente concessa. Potrei quindi procedere per paradossi, ovverosia per segnali, più o meno fumosi, decifrabili, che in realtà sono rimasti impressi nella mia memoria da quando mi sono affacciato in quella ipotetica sella. Nel 2002. Dopo aver letto un libro.

Cominciamo da quel libro.

Dove va l’alpinismo italiano quando uno dei suoi massimi scrittori, uomo di pensiero, come Spiro Dalla Porta Xydias, presidente del
GISM, scrive nel 2002 un libro, istituzionalmente edito dal CAI, dal titolo L’etica dell’alpinismo, che è una delle più grandi nefandezze teoriche, sottolineo nefandezze teoriche, scritte da quando l’alpinismo esiste, anacronistico per il tempo in cui è stato scritto, che uccide in un colpo solo l’alpinismo del futuro e ammanta di trascendenze retoriche l’alpinismo del passato? Ivi, si recita, l’importante è «raggiungere la cima di un monte», anzi «eticamente quello che importa non è il modo, ma il fatto stesso di raggiungere una cima», corsivo dell’autore! Poi, ergo, che le nefandezze teoriche portino a conseguenze pratiche lo si sa, specie quando il credito attribuito a tali autori si manifesta in decine di libri, articoli, conferenze, pubblicazioni che invadono di anno in anno le coscienze degli alpinisti. Ad esempio, è di questi giorni la scoperta dell’acqua calda in montagna, il trad fa trend, dicono alcuni, quando in realtà il vero alpinismo è sempre stato trad e tutto il resto è stato trend. Punto, io direi. Ma tornando al nostro caro vecchio – attenzione, non è l’età che genera il pensiero ma è il pensiero che genera l’età – mi piace constatare che quelle asserzioni hanno giustificato cose incomprensibili per chi scrive di montagna. Come potrebbe altrimenti diventare membro del GISM, gruppo italiano scrittori di montagna, l’ex ministro Gianni Alemanno che a mia conoscenza non ha mai scritto niente di memorabile sulla montagna se non forse qualche firma al momento giusto e nel luogo giusto, fisico o cartaceo esso sia? Certo, in ossequio a quei principi sappiamo che il ministro e ora sindaco di Roma in montagna ci va da un pezzo e con ogni mezzo. Pensate che nel suo curriculum ci sono salite mai salite (lo Shisha Pangma!) e ovviamente mezzi non plus ultra. Celebri sono gli avvicinamenti con l’elicottero di questo «campione dell’alpinismo senza allenamento», così si definisce. E così, «raggiunta la cima del monte», ci ritroviamo tra gli scrittori di montagna doc e d’oil, PetrolOIL, marchiati dal GISM, Gianni Alemanno.

Bene, cari amici alpinisti, dove va l’alpinismo italiano quando gli scrittori di montagna non sanno più dare la rotta e prestano il loro nome a “
cani e porci”, si fa per dire, a volte involontariamente, o in buona fede, io credo, come è capitato al Mauro Corona nazionale, sempre in rapporto con l’Alemanno di cui sopra... Non so. Ma anche questo sembra riflettersi nelle asettiche riviste, sia istituzionali che di storica e profonda concezione. Oramai larve. Senza distinzione. Sopravvivono facendo pena a se stesse. Lo vedi da cosa scrivono e da come appaiono. Con grafiche di stampo nazionale-socialista, vetero-comunista, con spazi consegnati ai soliti noti, senza “a monte” alcuna selezione critica. Non è un caso che il nostro caro Mauro riesca a lanciare un Decalogo dalle pagine dello Scarpone che di Decalogo ha solo il nome e le buone intenzioni dello scrivente, mentre buona parte di ciò che formula appare scontato o di eterea, improbabile, natura, neve firmata “incompresa”, o disattesa. Sulle stesse pagine a questi decaloghi in verità ci aveva già abituati lo Spiro Nazional Popolare con i suoi precetti agli alpinisti, pagine che a cavar fuori una notizia oltre a quelle che si spediscono in redazione è impresa estrema. Sembra che nessuno si sia accorto che l’11 maggio più di cento montagne abbiano fumato. Explorersweb, il più importante portale al mondo per l’esplorazione, sede a New York, gli ha già dedicato 4 copertine! Forse non piaceva il colore, rosso, o forse bisognava redigere un comunicato bell’e fatto come avviene nella maggior parte delle redazioni oggi giorno. Per non dire che, se non per qualche diplomatico cenno, sembra che presso le alte cariche del CAI e nei loro giornali la vicenda del marzo tibetano e dell’Everest blindato, soggiogato, fatto oggetto di sopruso, sia affare di poco conto. Una di quelle cose da affrontare con più fretta possibile, senza palle, con le mani a pararsi i punti deboli, gli interessi, per poi dimenticare, subito, quindi non compromettersi. Per fortuna la base è buona e agisce indipendente dai legami nazionali con chi l’alpinismo lo fa sulle sedie. Le tristi montagne fumanti lo hanno dimostrato.

Dove va l’alpinismo italiano che emerge nei media nazionali solo quando la morte annuncia la sua assurdità, ossia richiede silenzio e rispetto, e invece giornalisti e manager ne fanno un caso nazionale per riattivare l’attenzione dei soliti oramai ben noti adepti, ministeri, centri di ricerca nazionali, uffici stampa globali e iperlocali, in una sorta di occulta autoalimentazione... Non so. Ma anche, dopo la morte di Karl Unterkircher, il legittimo tentativo di soccorrere gli amici rimasti in parete mi è parso una panna troppo montata da mani sapienti per alimentare future scorte. Mi spiace per Karl, che conoscevo e avevo imparato a stimare, circondato com’era da un non so che e da un non so chi. Come l’anno scorso per Zavka sul K2, anche questa volta l’alpinismo viene tinto solo come fosca tragedia, pronta ad essere messa in scena da un branco di avvoltoi. Ricordo come fosse ieri la blasfema webparodia tenuta da Marco Mazzocchi, con i pronti interventi di sua santità Agostino Da Polenza, non a caso, citando un titolo celebre della commedia all’italiana sovente in uso per le partnership creative, “
culo e camicia” con Alemanno (non dite il contrario: la striscia di testa di www.montagna.org ha avuto il ministro in bella vista per oltre due anni). Sì, è proprio in gamba questo manager italiano che vuole, per competenza e storie passate, avere l’ultima parola su tutto, anche su Unterkircher che non ha ascoltato la sua quasi profezia che invitava di starsene a casa, di non andare su quella folle parete, come aveva quasi preannunciato la tragedia di Zavka perché agiva fuori dai circuiti delle sue spedizioni, supersicure e superstatali. E pensare che in giornali locali la parete del Nanga Parbat è arrivata ad essere di 7000 metri e qualcuno ha cercato di fare paragoni assurdi, alpinistici!, tra la vicenda di Zavka e quella di Unterkircher! Per riabilitare chi?


Dove va l’alpinismo italiano dopo Unterkircher, uno dei pochi italiani, altoatesini, che aveva messo il sogno oltre la realtà... Se dovessi fare un’affermazione da storico, oggi 23 luglio 2008, io credo che la storia dell’alpinismo, la Storia con la s maiuscola, quella internazionale, non quella locale o di partito, dopo Renato Casarotto, morto nel 1986, e lasciando oramai come recepita negli annali la triade altoatesina capitanata da Reinhold Messner, faro ancora insuperato, seguiti da Hans Kammerlander e Christoph Hainz (al quale si stava per aggiungere Unterkircher), si ricorderà solo di Ermanno Salvaterra. Ermanno Salvaterra, i suoi grandi compagni e la sua straordinaria Patagonia. Sì, per carità, molti altri nomi hanno fatto qualcosa negli ultimi vent’anni, ma il tempo fagocita i molti per fare emergere gli unici. Credete forse voi che la storia si ricorderà di un Agostino Da Polenza e delle sue spedi/speculazioni (anche in senso intellettuale, visto che è autore di piccozzate, a volte non firmate)? O di Silvio Mondinelli, grande alpinista e grande uomo, senza dubbio, impegnato su mille fronti, talmente grande da poter vendere il suo corpo nudo a un marchio o rifiutare il privilegio di poter assistere alla nascita di un figlio (caro Silvio, perdonami se sbaglio, ma mi è sempre rimasta impressa la tua scelta di essere impegnato su una grande montagna himalayana mentre tua figlia, o figlio, nasceva)? O di un Simone Moro, che dall’8a all’8000 strada ne ha fatta, ma quel suo primo stile, che guarda di più all’apparenza che alla sostanza, non pare mai essersi sopito del tutto? Grandi cose annunciate, grandi montagne fatte, non dubito, e grandi bla bla di qua e di là, ma quando è il momento di essere chiamato in causa per quello che stava accadendo il maggio scorso sull’Everest ha preferito con-siderare, usare la diplomazia chiesta ai politici, per poi asserire che gli alpinisti come lui, piuttosto di andare incontro alla possibilità di perdere «l’intera loro passione» per il fatto di avere restrizioni in un’aerea specifica, per quanto “alpinisticamente” importante,
è meglio che non alzino la voce. E lo dice uno che di voce ne ha una che si fa ben sentire e riconoscere. E cosa possiamo fare noi se non alzare la voce! I politici? I diplomatici? Ma insomma, alpinisti italiani e stranieri, non provate vergogna andare in Tibet a scalare montagne mentre stanno uccidendo, massacrando un intero popolo? Non vi sentite complici, certo. Ma il silenzio diventa assenso quando si sa e si tace. Guardate qui e d’ora in poi sarete complici!. Io, per vari motivi, non metterò più piede in Tibet.

Ecco, dove va l’alpinismo italiano non so, ma so dove va il mio alpinismo e dove getterò le mie reti: se riceverò, con le modalità scritte in calce, almeno 50 adesioni per blog, ossia 100 per intraisass + intotherocks, al progetto
Sadsmokymountains (circa il 10% dei lettori quotidiani a cui non ho mai chiesto neanche un grammo di lire, senza per questo farli affogare nella pubblicità o nella banalità, rischiando giorno dopo giorno la bancarotta e il divorzio con mia moglie e con tutto il mondo), se riceverò questo, bene, si va avanti. Altrimenti, andando ben oltre ciò che scrisse Gian Piero Motti, non so cosa farmene di una alpinismo totalmente disimpegnato, scollegato con ciò che pesta sotto i piedi, montagne e tradizioni dei popoli con cui ha a che fare di giorno in giorno, spedizione dopo spedizione.

Sì, oggi ho voglia di lanciare ques’ultima provocazione visto che Gabriele ha scritto «... mentre Alberto, in uno slancio di impegno civile, si appresta ad accendere le città dopo essere riuscito ad accendere le montagne, qualcuno teme che sia il blog a rischiare di spegnersi...».

E’ da 10 anni che lavoro per il bene della nostra causa. Un alpinismo resistente alle mode del momento e il cui unico principio è la libertà e il rispetto di ciò che affronti, montagna o uomo, altro da te o te stesso. Sono stanco, potrei dire, ma non lo sono.

Le cose che vengono scritte sui nostri blog sono uniche, io credo e, i commenti affermano, di grande valore. Ma se non raggiungerò l’obiettivo qui richiesto, il giorno dopo potrei chiudere. Sì chiudere tutto, rispettando gli impegni presi con chi gli ho presi e poi basta. Perché forse, dopo quanto detto, è finita un’epoca. La mia epoca. Di colui che tira il carro senza avere i buoi visto che i buoi ha preferito lasciarli liberi a pascolare perché questo gli dà immenso piacere. Impagabile. Le news di alpinismo esplorativo gli italiani andranno a leggersele in inglese, visto che in Italia, a parte i comunicati stampa inviati alle redazioni, è una miseria. E le storie del blog non le leggeranno da nessun’altra parte. Di questo sono certo.

O forse potrebbe cominciarne un’altra. Di epoca. Se supero gli obiettivi potrei fondare una rivista, con direttore Luca Visentini, grande scrittore di epoca post-alpinista, dove negli editoriali scriverà cose inaudite, dove Gabriele racconterà i suoi monti, antichi, Mario le sue cattedrali, di pensiero, Mauro, le sue profondità marine, irraggiungibili ai semplici alpinisti, ML, un Tibet libero, Carlo l’alpinismo vero, Davide, il dove che non raggiungeremo mai, Giovanni, i libri che il tempo ha perduto. E io, sotto l’ultima triste montagna fumante, scriverò a chiare lettere, cubitali, rosse, catarifrangenti, visibili anche di notte, il titolo della nuova rivista, della nuova epoca, in cui saliremo le montagne per dove ci piace e ci pare, senza dire niente a nessuno, se non agli amici, perdendoci nella Storia, rifiutandola dopo averla vissuta, intensamente, esplorando all’incontrario come nel sogno premonitore che Franco Michieli un tempo, non tanto remoto, mi raccontò.

«Io sarò là», con il vecchio caro Arturo Galinòt da Garés, mio occulto maestro, morto. Io sarò là.

alberto_peruffo_intrablog

PS >> da oggi fino all’8 agosto gli aggiornamenti sono interrotti. Le adesioni a questo ultimo appello di
www.sadsmokymountains.net vanno indirizzate a sadsmoky@antersass.it con oggetto: BLOG x SSM.

PS2 >> oggi, 23 luglio 2008 ha aderito ufficialmente all'azione
www.sadsmokymountains.net la più prestigiosa Cattedra e Università d'Italia per I Diritti Umani, di riferimento a livello europeo.

PS3 >> agli amici di Roma e del Centro Italia in genere, 
straordinari nella prima accensione, invio un appello accorato: fate fumare la capitale di rosso! Niente di personale contro il sindaco, ma dopo questo post capirete... che la voce degl alpinisti dovrebbe o potrebbe davvero diventare importante, visibile, solidale, quando può. E poi, con i governanti che abbiamo e con i gestacci che fanno, una semplice e nobile azione artistica e civile, per quanto singolare, non porterà danno a nessuno. Ma solo piacere. Immenso piacere. Agli occhi, al cuore, alla mente.
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