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NEW YORK 26/12/08
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
GLI SLOVENI MARKO LUKIĆ E ANDREJ GRMOVŠEK, TRA IL 17 E IL 19 MARZO 2009, A SEI ANNI ESATTI DALLA PRIMA DI ROBERT JASPER E MARKUS STOFER, HANNO FIRMATO LA SECONDA SALITA IN LIBERA DELLA MITICA NO SIESTA (1100 m, VI+, WI5 e M8) SULLO SPERONE CROZ
Ormai ci hanno preso gusto: il gioco dell'M8 sulle grandi Nord del massiccio del Monte Bianco, in inverno, è qualcosa di cui Marko Lukić e Andrej Grmovšek non possono più fare a meno. Così, dopo le seconde ascensioni in libera della Direttissima Gabarrou-Silvy (prima salita: Patrick Gabarrou e Philippe Silvy, 5-7 agosto 1978; prima libera: Aymeric Clouet e Christophe Dumarest, 15-16 marzo 2006; 1000 m, VI, WI6 e M8) sull'Aiguille Sans Nom (3982 m) tra il 17 e il 18 marzo 2007 (www.intotherocks.splinder.com/post/12217434) e del Couloir nord diretto (prima salita: Tobin Sorenson e Rick Accomazzo, agosto 1977; prima libera: Jeff Mercier e Philippe Batoux, marzo 2007; 700 m, VI, WI6+ e M8) sui Drus (3754 m) il 24 gennaio 2008, i due fuoriclasse sloveni hanno deciso di attaccare il non plus ultra, ossia la mitica No siesta sullo Sperone Croz delle Grandes Jorasses, e ancora una volta in libera hanno risolto il gran problema tra il 17 e il 19 marzo 2009. Quella di Marko e Andrej è quindi la seconda ascensione free (e non solo: anche seconda invernale) della via aperta tra il 21 e il 23 luglio 1986 dai cecoslovacchi Jan Porvaznik e Stanislav Glejdura: un capolavoro la cui prima salita in libera (e in inverno) porta le firme del tedesco Robert Jasper e dello svizzero Markus Stofer, passati lassù tra il 17 e il 19 marzo 2003 ossia esattamente sei anni prima di Lukić e Grmovšek. I quali, in realtà, sognavano No siesta da alcune stagioni. «Ma i locals – spiega Grmovšek – continuavano a ripeterci che non era in condizioni. Ad un certo punto abbiamo deciso di andare a vedere di persona: le condizioni non erano perfette ma la via era arrampicabile! Speravamo di fare più in fretta ma No siesta è davvero lunga. Siamo stati poi sorpresi dalle difficoltà e dal tempo richiesto dalle lunghezze più facili (M5, M6 e 70°). I tiri più impegnativi, più che fisici, sono tecnici. In sintesi: No siesta è una linea davvero lunga e impegnativa (1100 m, VI+, WI5 e M8): probabilmente la più dura delle vie di misto in libera sulle grandi pareti delle Alpi». Un giudizio esagerato? Robert Jasper, proprio nei giorni scorsi, ci parlava di No siesta con grandissima ammirazione, precisando che da quelle parti ci sono soltanto chiodi normali.
No siesta, aperta come abbiamo detto dai cecoslovacchi Porvaznik e Glejdura, con quella di Lukić e Grmovšek dovrebbe contare in tutto undici salite. Ecco l'elenco completo: 1ª. Jan Porvaznik e Stanislav Glejdura, 21-23 luglio 1986; 2ª. François Marsigny e Olivier Larios, 1997 (con una breve variante); 3ª. Alexander Ruchkin e Rinat Zaitov, luglio 1998 (in 36 ore); 4ª. Patrice Glairon-Rappaz, 27-30 giugno 2000 (prima solitaria, con due giorni di cattivo tempo); 5ª. Robert Jasper e Markus Stofer, 17-19 marzo 2003 (prima invernale e prima libera integrale); 6ª. Stéphane Benoist con un compagno; 7ª. Dubois e Pascal Ducroz (con due varianti); 8ª. Patrick Pessi, Basile Ferran e Damien Tomasi, 7-9 settembre 2007 (con una variante); 9ª. Stéphane Benoist e Sebastien Ratel, 22-24 settembre 2007 (Benoist, in questa occasione, ha mancato per poco la libera integrale); 10ª. Pierre Labbre e Romain Wagner, 11-14 ottobre 2007; 11ª. Marko Lukić e Andrej Grmovšek, 17-19 marzo 2009 (seconda invernale e seconda libera integrale).
Sopra: Marko Lukić impegnato su No siesta (www.grmoclimb.net)

La parete nord delle Grandes Jorasses con alcune "supervie". Da sinistra a destra: la Desmaison-Gousseault (con le varianti d'attacco), Eldorado, la Directe de l'Amitié e, in blu, No siesta (www.summitpost.org)
Finalmente, dopo due rinvii consecutivi, ecco la terza parte della storia alpinistica del Disteghil Sar, che con i suoi 7885 metri è la più alta montagna dell'Hispar Muztagh (Karakorum, Pakistan). Se nella prima parte (www.intotherocks.splinder.com/post/21553920) abbiamo raccontato i tentativi del 1957 e del 1959 alla cima principale e la prima ascensione assoluta della stessa, del 1960, e nella seconda (www.intotherocks.splinder.com/post/21642133) abbiamo rivissuto la prima salita della cima est (spedizione polacca, 1980) e la seconda (e per ora ultima) salita della cima principale (spedizione spagnola, 1982), oggi “giocheremo in casa” grazie alla spedizione guidata da Arturo Bergamaschi che, nel 1983, ripercorse le tracce dei polacchi sulla cima est e colse altri importanti (e purtroppo dimenticati) successi.
1983: ARRIVANO GLI ITALIANI
Arturo Bergamaschi (anzi: don Arturo Bergamaschi, 81 anni, laureato in matematica e fisica; nella foto, www.cigv.it): sull'“American Alpine Journal” è uno degli italiani più citati, forse il più citato dopo Reinhold Messner. Il perché è presto detto: dal 1970 ad oggi, ininterrottamente, il nostro ha organizzato oltre 40 tra spedizioni alpinistiche e trekking extraeuropei, cogliendo storici successi tra cui spicca la prima ascensione assoluta del Latok II (7108 m, Karakorum, www.intotherocks.splinder.com/post/13808719). Tra le altre avventure guidate dal sacerdote emiliano, nato a Savignano sul Panaro l'8 novembre 1928, meritano di essere ricordate anche quella del 1970 in Kurdistan (diverse prime assolute), quella del 1973 in Afghanistan (Jurm Valley, Hindu Kush), quella del 1976 in Groenlandia, quella del 1978 in Bolivia (Cordillera Real), il tentativo del 1979 all'Annapurna Fang (o Varah Shikhar, 7647 m), il tentativo del 1981 all'Annapurna II (7937 m), il successo del 1988 sul Changtse (7580 m, Tibet, immediatamente a nord dell'Everest) e il notevole tentativo del 1994 sul versante settentrionale del K2 (8611 m).
Abbiamo lasciato da parte, perché dobbiamo parlarne diffusamente, la spedizione del 1983, quando don Bergamaschi si recò nell'Hispar Muztagh e, dopo il successo spagnolo del 1982 sulla cima principale, contribuì all'aggiunta di una nuova bella pagina alla storia alpinistica del Disteghil Sar: la seconda salita della cima est (che, lo ricordiamo, tocca quota 7696) riuscita ai trentini Giorgio Corradini e Zefferino Moreschini, che raggiunsero l'obiettivo il 26 luglio a tre anni esatti dalla “prima” dei polacchi. Aggiungiamo subito che la squadra italiana, composta da ben 20 alpinisti – oltre al leader e ai due appena citati c'erano anche Francesco Cavazzuti, Stefano Sghinolfi, Tiziano Nannuzzi, Giancarlo Calza, Marco Mairani, Rolando Dall’Occa, Daniela Corbelli, Piero Dotto, Claudio Benedetti, Cristiano Casolari, Graziano Ferrari, Attilio Bianchetti, Marco Bertoni, Filippo Sala, Aldo Poli, Aldo Rampini e Lodovico Gualandi -, la squadra italiana, dicevamo, riuscì a salire anche lo Yazghil Dome Sud (7400 m, era l'obiettivo principale della spedizione, da raggiungere seguendo la via polacca del 1980), l'inviolato Yazghil Dome Nord (7400 m) e tre cime (anch'esse inviolate) nei pressi del campo base.
Lo squadrone di don Bergamaschi (alla sua quattordicesima spedizione personale) raggiunse Karimabad lungo la Karakorum Highway e si inoltrò nella valle dell'Hispar, lasciando Nagar il 3 luglio: la carovana, visti gli 81 portatori, era composta da oltre 100 persone e muovendosi lentamente raggiunse il campo base sul Kunyang Glacier, a quota 4550, soltanto una settimana dopo. Il 13 luglio un gruppo di dieci alpinisti attrezzò il campo I (5100 m), oltre il quale stava una zona crepacciata sovrastata da un ghiacciaio sospeso che scaricava in continuazione. Il 17 luglio, con un tempo splendido dopo una nevicata di due giorni (l'alta pressione sarebbe durata sino alla fine del mese), fu individuato un passaggio tra i crepacci e il giorno successivo fu piazzato il campo II (5800 m). Il 21 luglio fu la volta del campo III (6350 m) in corrispondenza della sella tra il Disteghil Sar Est e il Kunyang Chhish Nord (7200 m) e due giorni dopo, grazie a Bianchetti, Ferrari, Sala e Rampini, anche il campo IV a 6900 metri sul colle tra il Disteghil Sar Est e lo Yazghil Dome Sud (nello stesso punto scelto anche dai polacchi) era realtà. Da lì, il 24 luglio, Bianchetti, Ferrari e Sala si spinsero fino ai 7400 metri della vetta dello Yazghil Dome Sud e il 26 luglio, mentre Corradini e Moreschini riuscivano a completare la seconda ascensione assoluta del Disteghil Sar Est (dal campo a 6900 metri per la parete orientale, come i polacchi nel 1980), Botto e Nannuzzi facevano il bis sullo Yazghil Dome Sud, toccandone la cima in giornata dal campo III. Tutto finito? Nossignori: il 28 luglio, aggirato lo Yazghil Dome Sud e raggiunto il colle che lo separa dallo Yazghil Dome Nord, il solitario Casolari mise a segno la prima assoluta di quest'ultima cima mentre Rampini (rimasto per cinque giorni al campo IV) e Poli salirono il “solito” Yazghil Dome Sud per una linea nuova sul versante est. A tutte queste ascensioni, come già accennato, occorre aggiungere le prime assolute del Peak 5050 (Cima Tizian, in vetta Calza e Mairani), del Peak 5030 (Cima Cucciolo, Benedetti da solo) e di un secondo Peak 5050 (Cima Ornella, Benedetti e Nannuzzi). La spedizione lasciò il campo base il 31 luglio con un bottino - considerati anche le sole tre settimane di permanenza sul Kunyang Glacier - piuttosto cospicuo: quattro prime assolute (tra cui un Settemila), due seconde assolute e una variante, per complessive otto cordate (compresi i due solitari) su sei vette diverse.
Nella cartina, che comprende buona parte del bacino del Kunyang Glacier, abbiamo evidenziato la cima est del Disteghil Sar, lo Yazghil Dome Sud, lo Yazghil Dome Nord (pallini rossi) e il Kunyang Chhish Nord (pallino fucsia)
ENNESIMA BELLA SALITA PER KAZUAKI AMANO, FUMITAKA ICHIMURA E YUSUKE SATO CHE DURANTE L'ESTATE SCORSA, IN STILE ALPINO, HANNO MESSO A SEGNO LA SECONDA RIPETIZIONE DELLA VIA BRITANNICA SUL PILASTRO NORD-OVEST DELLO SPANTIK (7027 m, KARAKORUM)
A quaranta chilometri dalla Karakorum Highway (KKH), lungo la dorsale che svolgendosi da ovest a est divide il bacino dell'Hispar Glacier (a nord) da quello del Chogolungma Glacier (a sud), si innalza una montagna dai due volti: quello meridionale, relativamente tranquillo, e quello settentrionale, splendido e cattivissimo, invisibile dalla KKH. Tuttavia, una volta giunti a Karimabad, basta inoltrarsi per breve un tratto nella valle dell'Hispar, fino a Nagar, per trovarsi davanti la meraviglia: la parete con la via di salita ideale, «un pilastro monolitico che cattura il sole della sera e dà alla montagna il suo nome in lingua burushaski, Ghenish Chhish, che significa “montagna d'oro”. E il “Pilastro d'oro” (Golden Pillar), che si innalza per 2200 metri dal ghiacciaio, è la chiara, inevitabile sfida». Così Victor Saunders nel 1988 sull'“American Alpine Journal”, in un articolo il cui titolo rivela l'altro nome, il più noto, della montagna dai due volti: lo Spantik. E l'articolo, come molti lettori avranno già capito, è il resoconto dell'impresa realizzata tra il 6 e l'11 agosto 1987 dallo stesso Saunders, con Mick Fowler, sul proibitivo Golden Pillar: una scalata di altissimo livello, riuscita in splendido stile, rimasta a lungo nell'ombra. Così il pilastro è stato nuovamente salito soltanto nel 2000, quando lo sloveno Marko Prezelj, i francesi Manu Guy e Manu Pellissier e l'ungherese Attila Ozsvath hanno ripetuto la via britannica (12-16 giugno) e Mikhail Davy e Alexander Klenov hanno firmato una difficile linea (7a, A3 e 95°) alla sua sinistra (7-19 giugno): la prima delle due grandi varianti russe ad altrettante vie di Fowler (l'altra, sul Siguniang, è un'avventura delle ultime settimane: www.intotherocks.splinder.com/post/21682634). Negli anni successivi, con la facile via normale dello Spantik letteralmente presa d'assalto (qualche numero: 8 spedizioni e 30 alpinisti in vetta nel 2006, 11 spedizioni e 44 alpinisti in vetta nel 2007), il Golden Pillar è rimasto pazientemente ad aspettare e soltanto durante l'estate scorsa, ad opera di tre personaggi che conosciamo bene, è arrivata la seconda ripetizione della via britannica.
Gli autori della bella salita, in stile alpino, sono i giapponesi Kazuaki Amano, Fumitaka Ichimura e Yusuke Sato, premiati durante l'ultima edizione dei Piolets d'or per la loro impresa sulla parete nord del Kalanka (www.intotherocks.splinder.com/post/20405283). Insomma: dalle “piccozze d'oro” al “pilastro d'oro” i samurai continuano a brillare, anche se sullo Spantik il loro vero obiettivo era una via nuova (trovata però troppo pericolosa) a destra del Golden Pillar. Miracolosamente scampati ad una valanga durante l'acclimatamento, i tre amici sono rimasti fermi al campo base (4500 m) per quasi una settimana e quindi, attaccato il loro obiettivo, sono saliti in giornata fino a quota 6000. Il secondo giorno hanno guadagnato altri 400 metri ma il terzo, purtroppo, non sono riusciti a progredire altrettanto velocemente, fermandosi a bivaccare a quota 6600. Il quarto giorno, dopo aver lasciato cadere l'unico fornello che avevano (e con un misero litro d'acqua ottenuto sciogliendo la neve con un accendino!), i nostri eroi sono fortunatamente riusciti a raggiungere la vetta. La discesa, per la cresta sud-ovest e lo sperone nord-ovest, ha comunque richiesto loro un quarto, sicuramente non troppo piacevole, bivacco.
In alto: la parete nord-ovest dello Spantik con l'inconfondibile Golden Pillar. Abbiamo evidenziato: la via britannica (rosso), la variante russa (fucsia) e la via di discesa (blu). I triangoli indicano i bivacchi delle salite del 2000. Foto di Marko Prezelj tratta dall'"American Alpine Journal" (2001, p. 35). Qui sopra: Kazuaki Amano (a sinistra) e Yusuke Sato durante la cerimonia di premiazione dell'ultima edizione dei Piolets d'or
In attesa di tornare, domani, sulle tracce di Mick Fowler (il “cammino” è cominciato qui: www.intotherocks.splinder.com/post/21682634), oggi seguiamo ancora Marko Prezelj, Rok Blagus e Luka Lindic impegnati nel bacino del Gangotri Glacier (Himalaya del Garhwal, India, www.intotherocks.splinder.com/post/21586191 ). Nelle scorse “puntate” abbiamo visto i nostri arrivare al campo base (www.intotherocks.splinder.com/post/21624499), aspettare pazientemente il bel tempo (www.intotherocks.splinder.com/post/21676587) e salire al cospetto delle pareti (www.intotherocks.splinder.com/post/21724885). Qui sotto, finalmente, li vedremo in azione sul Bhagirathi IV (6193 m): il primo successo (datato 15 settembre 2009) della loro assai positiva spedizione.
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BHAGIRATHI IV: PRIMA ASCENSIONE ASSOLUTA

15 settembre 2009: l'avventura sta entrando nel vivo. Prezelj e compagni si stanno dirigendo verso il canalone nevoso che, risalendo il fianco sud-ovest del Bhagirathi II, permette di raggiungere la fascia di misto sopra cui una volta stava un pericoloso seracco e quindi, a destra, la cresta nord del Bhagirathi IV.
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Azione: Blagus e Lindic a testa bassa, nell'ombra, lungo il canalone.
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Il canalone è ormai liquidato e il gioco, lungo la fascia di misto sovrastata dalla “testa” di rocce scistose del Bhagirathi II, sta per diventare più complicato (vedi sotto).
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Il gioco si è fatto più complicato (vedi sopra). La corda, all'inizio, però rimane nello zaino e Lindic (nella foto), nonostante i suoi 21 anni, si dimostra assai sicuro di sé.
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Un'ora e mezza dopo, lasciata sotto di loro la fascia di misto, i nostri puntano decisi all'inviolata (ancora per poco) vetta del Bhagirathi IV.
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La salita, tecnicamente non difficile, richiede parecchia attenzione. Notate, alle spalle di Blagus (davanti) e Lindic (nascosto), la parte inferiore della per nulla rassicurante fascia scistosa sommitale del Bhagirathi II.
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Autoscatto in vetta, dopo circa sette ore di scalata. Da sinistra: Marko Prezelj, Rok Blagus e Luka Lindic. Il Bhagirathi IV (6193 m) non è più inviolato (ma il tempo, purtroppo, è cambiato).
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Si torna “a casa”: i primi metri della discesa lungo la cresta nord del Bhagirathi IV.
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Un'ora dopo: la nebbia è fitta ma il terreno è noto.
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E finalmente ecco la fascia di rocce e ghiaccio, dove occorre scendere in doppia. Il Bhagirathi II, sopra, è sempre una presenza inquietante...
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Ultima calata prima del canale: ormai è fatta.
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E per finire: una simpatica presenza al campo base.
NATO IL 23 NOVEMBRE 1934, OGGI IL LECCHESE GIUSEPPE ALIPPI, IL LEGGENDARIO "DET", COMPIE 75 ANNI
All'anagrafe si chiama Giuseppe Alippi. Però, per tutti, è da sempre il Det. Il perché sarebbe lungo da spiegare - e poi un po' di “mistero” non guasta – e allora andiamo avanti dicendo che, essendo nato il 23 novembre 1934, proprio oggi il Det compie 75 anni. Pochi giorni fa, facendogli gli auguri in anticipo, ci siamo sentiti rispondere che se fossero stati trenta in meno (gli anni, naturalmente) sarebbe stato meglio. Poi un secondo di pausa e il seguito: «Ma no, va bene così. Perché mi toccherebbe rifare tutto quello che ho già fatto». Le sue mani, in silenzio, dicono tutto: aspre come la corteccia di un larice, durissime, abituate alla fatica. E stringerle è ogni volta un'emozione: sono le mani del Det, punto e basta, e il Det è una leggenda, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere. Le sue vie fanno impressione, d'accordo, ma sono “soltanto” un riflesso dell'uomo: del suo equilibrio, della sua intelligenza, della sua determinazione, del suo senso pratico che nulla toglie alla poesia. Nel suo alpinismo – dalle pareti dietro casa all'Himalaya e alla Patagonia passando per il Monte Bianco, le Alpi Centrali e le Dolomiti – si scorge l'autentica magia di un personaggio che non sopporta le chiacchiere di troppo, di un saggio per cui contano i fatti.
Del Det potremmo parlare all'infinito: raccontare ciò che ci ha raccontato, riportare i suoi aneddoti e le sue considerazioni. Tuttavia, proprio per non “tradire” il suo spirito, preferiamo lasciare spazio innanzitutto alle realizzazioni, cominciando dall'accoppiata del 1960 (il nostro, passato dallo sci all'alpinismo dopo la frattura di una gamba, arrampicava da tre anni): la prima ripetizione della durissima Bonatti (270 m, V+ e A3) sulla parete sud della Torre Costanza, in Grignetta, e la via nuova (450 m, VI- e A3, con il cugino Gigi Alippi) sulla parete ovest della Punta Forcellino, ancora nel gruppo delle Grigne. Nel marzo 1961, sempre da capocordata (il Det, escluse le prime tre o quattro salite e rarissime eccezioni, non ha mai scalato un metro da secondo), è arrivata la prima invernale della mitica Couzy (550 m, VI- e A4, www.intotherocks.splinder.com/post/20905484 e www.intotherocks.splinder.com/post/20931739) sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo (con Pierlorenzo Acquistapace e Giuseppe Lafranconi) e all'anno successivo risale il tentativo sulla Nord dell'Eiger, con il monzese Nando Nusdeo. Racconta il Det: «Stavamo salendo tranquilli quando, sopra di noi, abbiamo visto due alpinisti che stavano scendendo. Ad un tratto, però, uno di loro è precipitato, fermandosi per miracolo su una cengia dopo un volo di alcuni metri. In fretta l'abbiamo raggiunto e, viste le sue condizioni, abbiamo cercato di portarlo verso la famosa “finestra”. Arrivati nella galleria io e Nandino ci siamo guardati in faccia, pensando entrambi la stessa cosa: questo non arriva a domani mattina. Allora sono salito lungo il tunnel in cerca di soccorsi ma ormai era tardi e non c'era più nessuno in servizio. Soltanto il mattino dopo, con l'arrivo del primo treno, il ferito e il suo compagno – che era Dougal Haston – sono stati portati a valle». Nel 1970 il Det torna sulla Torre Costanza e il 28 giugno, con Antonio Guffanti, traccia in nove ore la sua via (350 m, VI e A4, con 24 chiodi normali, 5 a pressione e un cuneo) sullo spigolo sud-est: una linea da paura che, tentata da un conoscente di chi scrive, per alcuni anni lo ha tenuto lontano dall'arrampicata. Dalle casalinghe Grigne al Monte Bianco: con Pinciroli, Stuffer e Troyer, nel 1972, il Det lascia la sua firma sulle Grandes Jorasses (parete sud della Punta Margherita, 600 m, VI+ e A1) e sulle stesse, nel medesimo periodo, vorrebbe salire in prima invernale la
Gervasutti sulla parete est. Il tentativo, con Elio Scarabelli, si arena purtroppo prima di attaccare la muraglia. Il 30 giugno 1973 è la volta di una breve ma difficile via (250 m, V+ e A2) sul Col Alton, nel gruppo di Sella (con Luciano Ploner e Antonio Guffanti) e nel 1974, dal 5 al 7 aprile, con Benigno Balatti, Gianfranco Tantardini ed Ezio Molteni, il Det completa il suo capolavoro: la Via dei Corvi (anche se per tutti è la Via del Det, 500 m, VI+ e A3) sulla vertiginosa Sud-est del Sasso Cavallo, la parete regina delle Grigne. Il 1975 è l'anno della spedizione alla Sud del Lhotse, in Himalaya, dove il Det arriva a 7500 metri, mentre al 1976 (3-5 agosto) risale la celebre Via del Peder (400 m, VI e A2, con Luciano Gilardoni, Marino Lafranconi e Riccardo Snider) sulla parete nord-ovest della Sfinge, nel Masino-Bregaglia. Il nostro ripercorre poi in solitaria le tracce di Cassin sul Sasso Cavallo e sulla stessa montagna, tra il 6 e il 7 febbraio 1982, con il genero Balatti completa il secondo capolavoro: la Via della Luna (480 m, VI+ e A3). Nel 1983 è di nuovo in Himalaya (tentativo sulla parete sud del Lhotse Shar) e nel 1986, dal 20 al 25 dicembre, traversa parzialmente lo Hielo Patagonico Sur, dal Paso del Viento al Ghiacciaio Upsala con uscita all'Estancia Cristina. Ancora Patagonia nel 1990 – via nuova (700 m, 90°, con Balatti e Luciano Spadaccini) sulla parete sud del Cerro Don Bosco – e poi nel 1992 – tentativo sul Cerro Campana e seconda ascensione assoluta (da nord-ovest, 800 m, 70°, con Balatti, Enrico Lafranconi e Giovanna Cavalli) del Cerro Cristal. Nel 1995, alla bella età di 61 anni, il Det alza la voce sulla nord-ovest del Cerro Piergiorgio e nel 2005 (questa volta gli anni sono 71...), ancora in Patagonia, realizza il suo sogno sul Cerro Campana, raggiungendone la vetta con Balatti, Carlo Buzzi, Egidio Spreafico e Giuliano Maresi. I fatti – i principali, almeno – sono questi: il Det, nella sua casa di Abbadia Lariana, in un mondo da favola tra lago e monti che anche l'artista più geniale farebbe fatica a concepire, ce ne ha parlato più volte, soffermandosi un giorno su un dettaglio e un giorno su un altro, lasciandoci sempre a bocca aperta. Impossibile non ascoltarlo, non restare rapiti dalle sue parole: perché lui non le spreca, le misura con quell'attenzione che in fondo è uno stile di vita, lasciando trasparire quei valori che non lo hanno mai abbandonato e per i quali è rispettato e ammirato.
Il Det si guarda attorno, pensa, spiega e così si rivela: «Però, se vogliamo, se vogliamo... non è che ultimamente ci sia stato questo grande miglioramento... Perché, vedi: fanno il sesto, il settimo, l'ottavo a vista e... tante belle balle. Ma poi, in quello che può essere il complesso dell'alpinismo... L'alpinista della nostra epoca... prima imparavi a camminare sui sentieri, ad andare... Forse io sono stato avvantaggiato perché a quei tempi andavo molto a caccia, di coturnici, no? E allora, quando mettevo il fucile a tracolla, voleva dire che affrontavo il quarto grado: prima di andare ad arrampicare. Non sapevo arrampicare allora ma, per superare quei dieci o dodici metri, invece di andare a fare lunghi giri... Allora lì... eri già preparato ad affrontare l'alpinismo senza sapere cosa fosse l'alpinismo. Però conoscevi il pericolo, conoscevi le tue capacità e un complesso di cose. Per esempio, quando si andava a caccia in Valtellina, nel mese di ottobre, e si attraversavano quei torrentelli ghiacciati... tu dovevi andare dall'altra parte. A quei tempi non avevamo i ramponi, capisci? Non avevamo i ramponi per andare a caccia, però, allora, si attraversava con le ginocchia. E non in fretta: mettevi giù le ginocchia e stavi lì, quell'attimo che il calore dei pantaloni li faceva quasi attaccare al ghiaccio. Capisci? Fino a quando arrivavi dall'altra parte. E lì erano tutte cose che non fanno parte, diciamo, della logica dell'alpinismo. Fanno parte però della capacità dell'individuo di sfruttare l'occasione. Perché dicevi: devo attraversare di qui, devo attraversare di là e quello che ho è questo... Non avevamo piccozza e ramponi, insomma. Non potevamo avere tutto: la caccia era fatta così. Però ti insegnava tanto a muoverti in un ambiente che non è comune. Invece adesso, vedi, sono alpinisti, sono alpinisti, sono alpinisti però... le vie che si trovano un po' infognate... quelle le cancellano perché dicono: devo star lì a diventar matto per arrivare su? Non è la fatica: è che tribolano di più... rischiano di più ad arrivare al piede o nel ritorno che a fare la salita. Ma questo fa parte dell'alpinismo. Del vecchio alpinismo. Mentre oggi se è possibile devi arrivare con la macchina... e dopo, quando arrivano fanno l'ottavo a vista... Eh, niente, cosa vuoi, sono cambiati i tempi...».
Ecco allora il segreto del Det: un modo di essere, una maniera di rapportarsi alle vette più da “montanaro” - come direbbe Reinhold Messner – che da alpinista: un trovarsi sulle montagne sentendosi parte di esse e addirittura diventandolo, come nei magnifici disegni che l'artista lecchese Luisa Rota Sperti ha dedicato al nostro protagonista e al “suo” Sasso Cavallo. In quelle opere la montagna e l'uomo, sovrapposti nella complessità di un finissimo contrappunto, cercano un “oltre” difficile da spiegare ma di cui proprio Messner ha colto l'essenza, scrivendo a Luisa che il Det, di cui si ricorda bene dopo l'esperienza del Lhotse, «con gli anni è diventato una forma di yogi delle Alpi, un poeta con poche parole, un saggio come Milarepa, il guardiano del Sasso Cavallo. Lo rimarrà per sempre».
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Nelle immagini, dall'alto: il Det oggi (foto di Marco Mazzoleni); il Det durante la prima invernale della via Couzy sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo (arch. Giuseppe Alippi); il Det apre la Via della Luna sul Sasso Cavallo (foto di Benigno Balatti); il Det di una volta

Marco Anghileri a tu per tu con il mito: Sasso Cavallo, parete sud-est, Via del Det (arch. Marco Anghileri)

Sasso Cavallo, parete sud-est: lì in mezzo, da 35 anni, passa il capolavoro del Det. Le staffe delle foto precedenti non ingannino: il Det dei tempi d'oro, con gli scarponi ai piedi (non si è mai convertito alle scarpette), saliva il VI+ in apertura

Il Det e il Sasso Cavallo secondo la disegnatrice lecchese Luisa Rota Sperti (www.luisarotasperti.com)
Prima e seconda parte: www.intotherocks.splinder.com/post/21705790 e www.intotherocks.splinder.com/post/21718389
Il Dhaulagiri ha proiettato Tomaž nell'empireo dell'alpinismo: a trent'anni, lui che ai tempi dell'avventura sul Ganesh V era uno dei tanti, pressoché sconosciuto, è diventato una stella. Il problema è che le stelle, per continuare a splendere, hanno bisogno di una quantità smisurata di energia e nell'alpinismo tale energia costa sempre cara, specialmente dopo lampi di inaudita potenza come quello sulla “montagna bianca”. È inevitabile: esperienze del genere, così totalizzanti, possono lasciare disorientati. A cosa può puntare l'alpinista che ha risolto il “gran problema”, che ha conquistato la “donna” dei suoi sogni? Egli, autentico artista maledetto, non può arrestare la sua corsa: deve cercare, trovare un altro traguardo che lo faccia nuovamente scalpitare, che lo esalti fino al parossismo. Il vertice della parabola, per lui, è ad un tempo magnifico e terribile: è la vittoria, certo, ma è anche la fine della magia, della tensione, lo svanire irreversibile del sogno. Così, in fondo, «sarebbe molto più bello poter desiderare per tutta la vita qualcosa, lottare continuamente per raggiungerla e non ottenerla mai». Qualcuno lo avrà capito: siamo arrivati a lui, a Giusto Gervasutti in vetta alla Punta Walker delle Grandes Jorasses dopo l'impresa sulla parete est (1942). Il “Fortissimo”, lassù, non provò alcuna gioia, pensando che una volta sceso a valle si sarebbe subito messo in cerca di un'altra parete, di un altro grandioso problema perché «ogni meta raggiunta scompare per lasciare il posto ad un'altra più ardua e più lontana, perché i momenti in cui l'animo maggiormente esulta sono quelli vivi dell'attesa e della lotta, sia quando si vince sia quando, più spesso, si perde» (G. GERVASUTTI, Scalate nelle Alpi, Torino 1945). Il grande Giusto, tuttavia, come altri (ad esempio Wojciech Kurtyka e Robert Schauer dopo la Ovest del Gasherbrum IV: www.intotherocks.splinder.com/post/16863806), firmato il suo capolavoro non seppe più ripetersi agli stessi livelli (cosa più che comprensibile!) e, incapace di fermarsi (come avrebbe invece fatto, con paurosa lucidità, Walter Bonatti dopo la Nord del Cervino), finì vittima della propria passione. Tomaž Humar, in questo senso, ce lo ricorda da vicino.
Cosa fare dopo la Sud del Dhaulagiri? Dove trovare un obiettivo, se non superiore, almeno paragonabile a quello? Nella testa di Tomaž, ad un certo punto, al sogno realizzato sulla più alta parete del Nepal si sostituisce il sogno da realizzare sulla più alta parete della terra, la linea dei tempi nuovi sulla Rupal Face (nella foto a lato) del Nanga Parbat (8125 m) tra le storiche creazioni di Reinhold Messner (1970) e di Jerzy Kukuczka (1985). Humar, che punta ad una seconda memorabile solitaria, ci prova una prima volta nel 2003. La “montagna nuda”, però, gli concede poco o nulla: non più di quattro puntate di acclimatamento lungo la Messner l'ultima delle quali, inizialmente con il croato Stipe Božić e poi da solo, fino a 7000 metri. Ma la sfida è soltanto rimandata.
Nei mesi seguenti Humar non si ferma: lui, solitario impenitente, si lega più volte con il giovane Aleš Koželj (classe 1974, oggi una certezza dell'alpinismo sloveno; nella foto a lato, www.humar.com) e quando Aleš, che aveva in programma una spedizione all'Aconcagua (6962 m), si ritrova senza compagno, Tomaž diventa un sostituto di lusso. I due amici lasciano la Slovenia il 26 novembre 2003 e il 17 dicembre, nel pomeriggio, attaccano la grandiosa parete meridionale della regina delle Ande, salendo a sinistra della via aperta nel 1982 dai loro connazionali Peter Podgornik, Pavel Podgornik, Zlatko Gantar e Ivan Rejc. La scalata è subito impegnativa e rischiosa e il primo giorno la cordata raggiunge quota 5300. Il 18 dicembre la prova di nervi continua, tra rocce e seracchi, fino a 5700 metri e il giorno successivo la musica non cambia: avanti piano, superando notevoli difficoltà, fino al terzo bivacco a quota 6100. Le mani e i piedi di Koželj cominciano a presentare segni di congelamento: la salvezza è in alto e non c'è tempo da perdere. Il 20 dicembre tocca al cosiddetto “traverso della morte” (300 o forse 400 metri a sinistra, senza protezioni) e il quarto bivacco è sulla sommità di un torrione roccioso, a 6300 metri. Il quinto giorno, dopo aver superato una fascia rocciosa friabile, Tomaž e Aleš raggiungono finalmente la cresta sommitale (e un'altra via slovena: la Sun Line aperta nel 1988 da Slavko Svetičič e Milan Romih) ma soltanto alle 17 del 22 dicembre, dopo un ultimo bivacco a 6750 metri, riescono a calcare la vetta dell'Aconcagua. La loro via, dedicata a Janez Jeglič, in sigle suona piuttosto bene - 2500 m, VI+, A2, M5-M6 e 100° - e potrebbe essere la più impegnativa della montagna.
Anno 2004: in primavera i russi piegano a modo loro (non è questa la sede per esprimere giudizi) la Nord dello Jannu (7710 m) e tutti ne parlano. Nessuno o quasi, però, si accorge di un omino che tutto solo, senza fare rumore, il 27 ottobre attacca un altro fianco della stessa montagna – la parete est, che culmina nella cima orientale, 7468 m – e arriva a quota 6000. Il giorno successivo, rischiando parecchio, guadagna altri 200 metri; il 29 ottobre raggiunge i 6850 metri e il 30, ricercando disperatamente un passaggio in un pazzesco labirinto di canali e di funghi di neve, tocca quota 7000. Ma a quel punto il piccolo uomo, il grande Tomaž Humar, decide che è il momento di tornare indietro. A Elizabeth Hawley, qualche giorno dopo, confida che su quella parete (nella foto sopra con la via tentata da Humar, www.russianclimb.com), più volte obiettivo degli sloveni, non sarebbe mai tornato. Una scalata impossibile? No, semplicemente troppo pericolosa.
La montagna con la quale Humar vuole chiudere i conti è un'altra e sappiamo già come si chiama. Così, dopo la prima ripetizione della difficile via di Todd Bibler e compagni (1984) sulla parete nord-est del Cholatse (6440 m), messa a segno il 23 aprile 2005 con Aleš Koželj e Janko Operšnik, Tomaž ritorna in Pakistan: il Nanga Parbat, per molti la montagna del destino, lo aspetta. Ma cosa gli riserverà questa volta? Si lascerà conquistare o si dimostrerà ancora ostile? La partita decisiva, il certamen tra l'uomo solo e la Rupal Face, comincia il 2 agosto 2005: le condizioni non sono buone ma Humar, in tre giorni, riesce a salire fino a quota 6500. Che il Nanga Parbat abbia deciso di lasciarlo fare? Assolutamente no. Anzi: gli sta preparando una trappola, di quelle ben congegnate. Il 4 agosto, costretto a ritirarsi, Tomaž scende fino a 6200 metri e il giorno successivo prosegue verso il basso, rimanendo bloccato a quota 6000, in un luogo sicuro ma senza via di fuga. Non può fare altro che lanciare l'allarme, chiedere aiuto via radio e pregare: per l'ennesima volta, purtroppo, ha superato il limite, quella linea oltre la quale “tutto passa nelle mani del cielo”. Soltanto il 10 agosto, dopo altri cinque lunghi giorni, quando un elicottero dell'esercito pakistano riesce ad effettuare un miracoloso recupero in parete, la tragedia è scongiurata: per Tomaž è una vera rinascita, con l'intenzione di tornare. Ma c'è un altro grandissimo che ha un conto aperto con la parete Rupal, che vuole a tutti costi salire quella via, tra la Messner e la Kukuczka: anche lui ci ha già provato una volta, nel 2004, e sa bene quello che lo aspetta. Il suo faccia a faccia con il Nanga Parbat comincia il 1° settembre 2005 e questa volta tutto fila nel verso giusto: ci vogliono sei giorni di scalata su roccia (VI), ghiaccio (WI4) e misto (M5X) ma alla fine Steve House, con l'amico Vince Anderson, arriva a quota 8125, dove la “montagna nuda” non ha più difese da opporre. E mentre il mondo alpinistico celebra questa straordinaria impresa, cominciano ad alzarsi voci critiche nei confronti di Humar che, secondo alcuni, una volta in difficoltà e dopo il soccorso, avrebbe approfittato della situazione in chiave mediatica.
La reazione di Tomaž, nei confronti dei giornalisti, è il silenzio: il suo sito Internet (www.humar.com) non sparisce ma non viene più aggiornato e quando, nei primi giorni di novembre del 2007, comincia a circolare una voce “pesante” («Tomaž Humar ha aperto in solitaria una via nuova sulla Sud dell'Annapurna»), non si sa cosa pensare. Sarà vero? O è una bufala del web? La notizia si costruisce un pezzo alla volta: prima confermata nelle sue linee generali (Humar ha davvero salito, da solo, quella parete) e poi messa a fuoco nei particolari. I dettagli arrivano dallo stesso alpinista, intervistato dalla televisione slovena: «Non avevo corda, imbragatura e neppure il casco. Eravamo soltanto io, la montagna e Lui (Tomaž, probabilmente, si riferisce a Dio, ndr). Ho superato la parete sulla destra, tra la Via dei Polacchi (Jerzy Kukuczka e Artur Hajzer, ottobre 1988, ndr) e il Roc Noir (o Khangsar Kang, cima di 7485 metri in corrispondenza della quale termina, a oriente, la lunghissima cresta sommitale dell'Annapurna, ndr). La via (che Humar credeva inviolata ma verosimilmente coincide in buona parte con quella percorsa da una cordata francese nel 2000, ndr) comincia a 5000 metri e termina sulla cresta a quota 7600: da lì ho continuato fino alla Cima Est (8029 m, come fecero Kukuczka e Hajzer, ndr), scendendo per lo stesso itinerario. Per raggiungere l'obiettivo ho impiegato cinque giorni (dal 24 al 28 ottobre 2007, ndr), anche se quelli di arrampicata sono stati soltanto tre. Gli altri due (il secondo e il quarto, ndr), non essendo ben acclimatato, li ho passati riposando prima a 5800 e poi a 7200 metri: da questo bivacco (foto sopra, arch. Humar, ndr) alla vetta (e ritorno allo stesso punto) ho impiegato 14 ore. Il problema più grande? Il vento fortissimo sulla cresta sommitale. Non voglio giudicare la mia salita. Dico soltanto che è stata il mio più lungo viaggio verso me stesso. Il Piolet d'or? Non mi interessa: non partecipo più a questi giochi. Io punto a nuovi obiettivi: è questo ciò che mi importa. Il primo è la costruzione di un ospedale in un villaggio ai piedi della parete Rupal del Nanga Parbat: i lavori dovrebbero cominciare durante la prossima primavera. Il secondo, invece, è scalare quella parete». Il Nanga Parbat e soltanto il Nanga Parbat, dunque: il chiodo fisso di Tomaž, il suo sogno, la sua ossessione, il suo secondo Dhaulagiri. Il destino, però, per lui ha voluto diversamente, concedendogli la paradossale beatitudine esaltata da Gervasutti: «Desiderare per tutta la vita qualcosa, lottare continuamente per raggiungerla e non ottenerla mai».
Così Humar – di cui ricordiamo il gran sorriso e la poderosa (indimenticabile) stretta di mano, quasi il biglietto da visita dell'uomo che, pochi mesi prima, aveva firmato una delle più straordinarie imprese himalayane di tutti i tempi - ha incarnato per certi aspetti l'archetipo dell'alpinista in perenne ricerca, chiamato al superamento di se stesso
(e degli altri) da una forza misteriosa. Avanti, avanti e sempre avanti: la ricerca si autoalimenta e una meta vera non può esistere, almeno su questa terra. E anche per Tomaž, che nel mondo dell'alpinismo era riuscito a trovare un posto tutto suo, che in qualche modo lo distingueva dagli altri, la Verità abitava altrove: oltre quel limite che sta anche sulle montagne. Il limite della vita, certo, che il nostro eroe moderno ha definitivamente valicato. Perché Tomaž Humar non c'è più. Il 10 novembre 2009, dalla parete sud del Langtang Lirung (7227 m) dove stava tentando una via nuova in solitaria, sono giunte le sue ultime parole, la tragica risposta alla domanda che aveva cominciato a porsi dopo la scomparsa di Vanja Furlan: «Quando il destino metterà fuori gioco anche me?». I soccorritori non hanno potuto fare nulla: il 14 novembre 2009, a quindici anni esatti dal successo sul Ganesh V (13 novembre 1994), quando Simon Anthamatten è giunto al suo fianco, ha scoperto che per Tomaž tutto era finito. La sua anima era già lontana, in pace, e il suo corpo, tante volte miracolosamente sfuggito all'immobilità eterna, stava attendendo qualcuno che lo portasse a valle, di nuovo tra gli uomini, per essere cremato e poi restare per sempre tra le sue montagne: tra quelle vette a cui aveva dedicato la vita e che la vita – come a Stane Belak-Šrauf, Jasna Bratanič, Vanja Furlan, Janez Jeglič, Pavel Podgornik, Tamara Likar, Nejc Zaplotnik, Borut Bergant, Slavko Svetičič, Pavle Kozjek, Miha Valič, Filip Bence – gli hanno tolto.

La parete sud dell'Aconcagua con le diverse vie di salita. In rosso la via di Humar e Koželj (VI+, A2, M5-M6 e 100°), in fucsia la Slovena del 1982 (VI, A3 e 90°) e in blu Sun Line di Svetičič e Romih (VII+ e 90°). Foto di Ken Sauls tratta dall'"American Alpine Journal" (2004, p. 306)

L'ultima parete di Humar: la selvaggia Sud del Langtang Lirung. La splendida immagine ci è stata gentilmente inviata da Cesare Volante (che ringraziamo molto): il nipote dell'omonimo alpinista torinese che nel 1963, durante una spedizione del Cai Uget, fu vittima di un incidente mortale sulla seraccata est della stessa montagna
Domani, rimandando purtroppo ancora una volta la terza parte della storia alpinistica del Disteghil Sar, concluderemo il nostro lungo ritratto dell'indimenticabile Tomaž Humar. Oggi, invece, per aprire una parentesi luminosa restando comunque focalizzati sull'alpinismo sloveno, torniamo alla recente avventura indiana di Marko Prezelj, Rok Blagus e Luka Lindic (www.intotherocks.splinder.com/post/21586191) e ne proponiamo la terza serie di immagini (le prime due le trovate qui: www.intotherocks.splinder.com/post/21624499 e www.intotherocks.splinder.com/post/21676587): sono gli scatti che ritraggono i nostri protagonisti, in compagnia del sole, durante la salita al campo avanzato ai piedi dei Bhagirathi per scalare il fratello più piccolo della famiglia.
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VERSO LE PARETI

13 settembre 2009: il tempo, ora, è finalmente dalla parte dei nostri che, lasciato il campo base, partono verso il campo avanzato ai piedi dei Bhagirathi. Il Cervino del Garhwal, lo splendido Shivling, li osserva silenzioso dall'altra parte del Gangotri Glacier, stagliandosi contro il cielo con le sue creste da favola: la est, a sinistra della vetta, superata nel 1981 da Georges Bettembourg, Greg Child, Rick White e Doug Scott, e la nord, la cui salita diretta (1400 m, VII, A4 e M6, superando sul filo il difficile pilastro terminale) è stata completata tra il 29 maggio e il 1° giugno 2000 da Thomas Huber e Iwan Wolf, poi premiati con il Piolet d'Or.
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Stesso giorno, cinque minuti dopo: fantastiche simmetrie nel regno del Gangotri Glacier.
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Stesso giorno, due ore scarse dopo la foto precedente: neve, cielo e roccia alleati a comporre un quadro perfetto, dove il piccolo uomo sembra l'unico elemento irrequieto. Tra il Bhagirathi II (6512 m), in posizione arretrata a sinistra del centro dell'immagine, e il colossale Bhagirathi III (6454 m), si innalza il “piccolo” (6193 m) Bhagirathi IV, che vanta però uno stupendo pilastro ovest (ben visibile) più volte tentato ma non ancora salito. Dell'inquietante “abside” (parete ovest) del Bhagirathi III, delimitata a sinistra dal rettilineo pilastro salito dai catalani nel 1984 (1300 m, VI e A3/A3+) e a destra da quello superato dagli scozzesi nel 1982 (1300 m, VI e A2), diremo un'altra volta, quando ve ne proporremo delle impressionanti immagini ravvicinate.
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E per finire: nella neve fresca, ormai al cospetto dei Bhagirathi che sembrano usciti da una fiaba (notate ancora la parete ovest del Bhagirathi III...).
Prima parte: www.intotherocks.splinder.com/post/21705790
Nonostante le domande Tomaž non si ferma e nel 1997, in autunno, parte di nuovo per l'Himalaya. Con lui ci sono il fortissimo Janez Jeglič (foto a lato, www.humar.com), Marjan Kovač, Cene Berčič (che nel 1981 era stato con Stane Belak-Šrauf sulla Sud del Dhaulagiri), Franc Kokalj e il messicano Carlos Carsolio (che il 12 maggio 1996 aveva completato, quarto uomo al mondo, la collezione dei 14 Ottomila). La spedizione comincia piuttosto bene, con Humar, Jeglič e Carsolio che, tra il 29 settembre e il 1° ottobre, firmano in stile alpino la prima salita di Talking about Tsampa (900 m, VI e WI4) sulla parete nord-est del Lobuche Est (6119 m). Pochi giorni dopo, per la precisione il 9 ottobre, gli stessi con Kovač attaccano la parete sud del Pumori (7161 m) per una nuova variante allo Sperone dei francesi, in tre giorni guadagnano 800 metri fino a quota 6300 e poi, ricevuta la notizia di un incidente ad una cordata cecoslovacca impegnata sulla cresta est, scendono per offrire il loro aiuto (il bilancio è comunque tragico: tre alpinisti morti e un solo sopravvissuto). Dopo il soccorso, visto il loro obiettivo principale, Tomaž e compagni devono perfezionare l'acclimatamento e allora avanti, sul Pumori, per la via normale: la scalata è una corsa e in vetta – dove arrivano Humar, Jeglič, Kovač, Berčič e Kokalj – è una festa tutta slovena. Tra il 19 e il 25 ottobre nevica in continuazione ma il 26, con l'arrivo del vento da nord, i nostri (Humar, Jeglič e Kovač) possono avvicinarsi al loro sogno: la spaventosa parete ovest della cima nord-ovest (7742 m) del Nuptse. Tuttavia la mattina seguente, cambiando tattica all'ultimo momento a causa del ritiro forzato di Marjan (che continua a tossire e sente male al torace), sono soltanto Tomaž e Janez a lanciarsi all'attacco.
La scalata dura cinque giorni e il 31 ottobre, con ai loro piedi una via grandiosa (2500 m, V e WI5) aperta in uno stile da favola usando la corda soltanto all'inizio, nel labirinto di seracchi alla base della parete (foto a lato, www.humar.com), i due assi sloveni sono al cospetto del vertice della parete. Janez, davanti, è il primo a raggiungerlo tuttavia, quando arriva lassù, non si ferma e prosegue in cresta: vuole la perfezione, la cima nord-ovest del Nuptse. Il racconto di Humar (“American Alpine Journal”, 1998, pp. 6-7) a questo punto è impressionante: «Quando ho raggiunto la sommità della parete, Janez non era lì per salutarmi. Al suo posto c'erano soltanto il vento fortissimo e delle impronte, che si dirigevano verso la cima nord-ovest lungo il lato meridionale della cresta. “Ma adesso dove sta andando?” mi sono chiesto quando l'ho intravisto per un istante. Ho aspettato e l'ho chiamato: “Janez, Janez!”. Poi ho pensato: “Forse è andato avanti un po' per dare un'occhiata”. Così, imprecando, ho cercato di raggiungerlo: dove si stava cacciando con quel tempo? Ad un certo punto, mentre il vento soffiava furioso, ho raggiunto le sue ultime tracce: ho visto soltanto la sua radio, accesa, capovolta sul lato opposto della cresta. E sono crollato». Janez Jeglič, classe 1961, uno dei migliori alpinisti di ogni tempo, era stato portato via dal vento. Tomaž, che non riesce a capacitarsi dell'accaduto, chiama Marjan al campo base: «Janez, Janez se n'è andato!». Marjan non capisce: «Cosa vuol dire andato? Andato dove?». E Tomaž, per l'ennesima volta, sente dentro di sé quella frase “O ce la fai o sei morto”. Sconvolto e solo, a 7742 metri su una delle più difficili montagne del pianeta, deve richiamare tutte le sue energie e mantenere la freddezza per tornare, per rimettere piede nel mondo dei vivi. Comincia la discesa, non può fare altro, e dopo 11 ore, all'una di notte del 1° novembre, raggiunge la tendina a quota 6700. La salvezza però è ancora lontana, 1500 metri più in basso, e soltanto dopo un altro giorno e mezzo di allucinante odissea, grazie anche all'aiuto di Marjan andatogli incontro, Tomaž riesce miracolosamente a liberarsi dalla morsa mortale di quel gigante dal nome quasi senza suono – Nuptse – che significa soltanto “monte a ovest” (dell'Everest).
Un anno dopo, il 26 ottobre 1998, Humar raggiunge un'altra vetta. Ma questa volta, in sé, la cima conta poco: si tratta infatti della larga sommità del Capitan, nella Yosemite Valley. L'importante è stato il paziente cammino per arrivare lassù, un pellegrinaggio solitario di due settimane lungo la mitica Reticent Wall, un banco di prova irrinunciabile per gli specialisti della scalata artificiale. Ma nella testa di Tomaž, che sta per raggiungere il vertice della parabola, la parete importante è un'altra: una creatura mostruosa di fronte alla quale, immaginando una sfida impossibile, anche i 1000 metri del Capitan diventerebbero pochi. Già, perché la Sud del Dhaulagiri (8167 m), stretta parente della Ovest del K2, della Sud del Lhotse, della Ovest del Makalu e della Rupal Face del Nanga Parbat, è un bastione immenso, 4000 metri uno sopra l'altro: «La più alta parete del Nepal – spiegava Tomaž ad Antonella Cicogna in un'intervista pubblicata sull'“American Alpine Journal” (2000, p. 15) -, dannatamente ripida. La parete per eccellenza, il sogno del super-strong Stane Belak-Šrauf. Devo anche a lui l'idea di salirla».
È vero: Stane e i suoi compagni Cene Berčič ed Emil Tratnik, nel lontano 1981, non riuscirono a raggiungere la vetta del Dhaulagiri. Ma la loro avventura, per varie ragioni, merita comunque un posto speciale nella storia dell'alpinismo. Perché i tre sloveni lasciarono il campo base (3900 m) il 15 ottobre, attaccarono la parete sud e in sei giorni la superarono lungo il suo settore destro, raggiungendo la cresta sud-est (salita dai giapponesi nel 1978) a 7200 metri, in corrispondenza (all'estremità) dell'evidente fascia rocciosa. Da lì continuarono per altri quattro giorni, dal 21 al 24 ottobre, fino a quota 7950 ma oltre quel punto, con il tempo in costante peggioramento, non ci fu nulla da fare. Stane e compagni abbandonarono la tenda, il fornello e i viveri, cominciarono la discesa per la cresta nord-est (la via normale) e soltanto il 29 ottobre, dopo cinque bivacchi all'aperto nella tormenta e senza cibo, raggiunsero il villaggio di Kali Pani e la salvezza.
Diciotto anni dopo, il 25 ottobre 1999 alle cinque del mattino, con cibo e combustibile per dieci giorni, un cordino di Kevlar da cinque millimetri lungo 45 metri, tre friend, cinque chiodi, quattro viti da ghiaccio, qualche fettuccia e numerosi moschettoni, Tomaž Humar lascia il campo base e attacca da solo la Sud del Dhaulagiri, a sinistra della via di Stane Belak-Šrauf. Guadagna i primi 800 metri e il 26 ottobre, giunto all'inizio di uno stretto e ripidissimo couloir, tenta in ogni modo di superarlo. Tutto inutile: una giornata buttata con la sgradevole scoperta che l'unica possibilità sta sul pilastro roccioso a destra, che Tomaž sale il giorno successivo superando un traverso valutato M7. Il 28 ottobre tocca al difficilissimo secondo pilastro (VII e M7+) e nei due giorni successivi, minuscolo uomo nel cuore della gigantesca parete, Humar si spinge fino a quota 7100, dove bivacca in un crepaccio sopra una fascia di seracchi battezzata “la mantide religiosa”. Tomaž è ormai al cospetto della fascia rocciosa orizzontale che taglia nettamente la muraglia: una via ideale, diretta, dovrebbe passare di lì. Ma non se ne parla: il 31 ottobre, settimo giorno in parete, il nostro eroe capisce che cacciarsi lassù significherebbe valicare ancora quel maledetto limite e allora traversa lungamente a destra fino alla cresta sud-est, raggiungendola più o meno nello stesso punto dove, nel 1981, era sbucata la cordata del leggendario Stane. Ennesimo bivacco e poi, il 1° novembre, avanti ancora, percorrendo per un tratto la cresta e rituffandosi in parete. A circa 7600 metri una fascia di misto offre passaggi di M5 e M6 e poco più in alto (7800 m) Humar deve fermarsi: ottavo bivacco.
Il 2 novembre, a circa 8000 metri, Tomaž esce definitivamente dalla parete. «Raggiungo la cresta alle 13. Getto a terra lo zaino e comincio a valutare il da farsi. Il tempo sta peggiorando e io sono appena sotto la cima. Prendo con me un'immagine della Madonna, alcune foto della mia famiglia, la relazione della discesa, la radio, la macchina fotografica, alcune barrette energetiche, una vite da ghiaccio e una daisy chain. Mentre mi trovo qui, sull'orlo tra il cielo e l'inferno, molte persone stanno aspettando il mio successo e il mio ritorno. Tolgo le foto dalla tasca. Ce n'è una in cui il mio piccolo Tomaž allunga un dito verso di me: “Torna a casa, papà!”. Guardo verso la cima e in quel momento mi coglie un pensiero: “Stai andando a morire. Se continuerai, per te non ci sarà alcuna speranza”. Il Dhaulagiri, che mi aveva concesso la parete, non mi avrebbe concesso la vetta. Voglio vedere ancora gli occhi dei miei bambini, andare ancora a raccogliere le castagne... In due parole: voglio vivere. Così comincio a scendere lungo la cresta nord-est» (dal libro No impossibile ways, Mobitel d.d., Ljubljana 2001).
Qui sopra: Humar al cospetto del pilastro roccioso sulla Sud del Dhaulagiri e una ripresa dal basso dell'alpinista sul pilastro (www.humar.com)

L'ultima immagine di Janez Jeglič, nella tendina del bivacco a 6700 metri sulla Ovest del Nuptse (www.humar.com)

La parete ovest del Nuptse con la via di Humar e Jeglič, aperta in cinque giorni compreso un giorno di pausa forzata a 6700 metri (ultimo bivacco)

La parete sud del Dhaulagiri con le vie di Humar (in rosso, i pallini gialli indicano i luoghi dei bivacchi dal 26 ottobre al 1° novembre 1999) e di Stane Belak-Šrauf (www.summitpost.org)
Era l'uomo dei miracoli, spavaldo e forse qualcosa in più, dalla stretta di mano che lasciava il segno. E in montagna, sulle grandi montagne, spesso era Sam, che significa solo. Senza compagni oltre il limite, oltre il punto in cui tutto passa nelle mani del cielo: Tomaž Humar, in quei momenti, sentiva l'aiuto di Dio. Ecco allora il miracolo: la forza per lottare, non cedere e sopravvivere. Era un fanatico? Probabilmente sì, come altri sloveni e uno in particolare: Stane Belak-Šrauf.
Insieme a lui, il 13 novembre 1994, il giovane Tomaž inaugurò i suoi tre lustri di cimenti extraeuropei: il talento debuttante, nato il 18 febbraio 1969, e la leggenda, che proprio quel giorno compiva 54 anni, raggiunsero la vetta del Ganesh V (6986 m) per una nuova variante di 1000 metri (V e 90°) alla via giapponese del 1987 sulla cresta sud. La discesa rischiò di trasformarsi in tragedia ma Tomaž non cedette al freddo e alla fatica. Così l'anno seguente, il 6 maggio, si ritrovò da solo sulla cima dell'Annapurna (8091 m) e lassù, per la seconda volta, sentì ancora quella frase: “O ce la fai o sei morto”. Pochi mesi dopo, il 24 dicembre 1995, Stane Belak-Šrauf fu travolto da una valanga ai piedi della Mala (Piccola) Mojstrovka, nelle Alpi Giulie: lui, graziato due volte dal Dhaulagiri – la prima nel 1981 dopo un'autentica odissea sulla parete sud, la seconda nel 1987 in inverno sulla parete est, con Pavle Kozjek -, trovò la propria fine tra le montagne di casa. È per questo che il capolavoro da Piolet d'Or di Humar e Vanja Furlan sulla parete nord-ovest dell'Ama Dablam (6828 m), una via di 1650 metri con difficoltà di V, A2+ e AI5 tracciata in stile alpino dal 30 aprile al 4 maggio 1996, si chiama The Stane Belak-Šrauf Memorial Route.

«Nella primavera del 1995 – scriveva Roman Robas sull'“American Alpine Journal” (1997, p. 13) -, per individuare nuovi obiettivi alpinistici, Stane Belak-Šrauf si recò con Jasna Bratanič e Boštjan Slatenšek nel distretto amministrativo di Darchula, nel settore più occidentale del Nepal. Trovò quello che cercava nelle pareti dell'Api, del Nampa e del Bobaye e tornò in Slovenia con l'intenzione di recarsi di nuovo laggiù nell'autunno del 1996, con alcuni giovani alpinisti». Dopo la scomparsa di Stane, il Club alpino sloveno decise di realizzare i suoi sogni e organizzò una spedizione che, diretta dallo stesso Robas, partì per l'Himalaya il 30 ottobre 1996. La squadra era composta da Dušan Debelak, Jemej Grudnik, Tomaž Humar, Matic Jošt, Janko Meglič, Peter Mežnar, Marko Prezelj, Boštjan Slatenšek, Andrej Štremfelj, Tomaž Žerovnik e dal medico Franc Srakar. Il successo fu pieno: Debelak e Meglič, tra il 31 ottobre e il 2 novembre, aprirono Alpos-Facig-Solza za Jasno (2600 m, V+ e 95°) sulla parete sud-est dell'Api (7132 m); Jošt e Mežnar, tra il 1° e il 3 novembre, risolsero Jagodna polja (2000 m, 85°) sulla parete sud del Nampa (6755 m) e infine Humar in solitaria, tra il 31 ottobre e il 4 novembre, salì e scese per due linee diverse i 2500 metri della parete nord-ovest del Bobaye (6808 m) battezzando Zlato scre (“Cuore d'oro”, V e 85°) la via percorsa in salita e dedicando a Vanja Furlan quella (V+ e 90°) seguita in discesa. Così le parole di Tomaž: «Non riesco ancora ad accettare il fatto terribile che Vanja non sia più tra noi. La notizia mi ha sconvolto durante gli allenamenti per la spedizione nel Nepal occidentale. Sono partito con l'animo diviso da emozioni contrastanti. Cinque miei compagni sono rimasti per sempre sulle montagne. Così ho cominciato a chiedermi: quando il destino metterà fuori gioco anche me?» (“American Alpine Journal”, 1997, p. 17). Vanja Furlan, che aveva 30 anni, ci lasciò per sempre il 15 agosto 1996 sulla Velika (Grande) Mojstrovka, non lontano da dove, durante l'inverno precedente, era scomparso Stane Belak-Šrauf.
In alto: Humar sulla parete sud dell'Annapurna (2007). Qui sopra: a sinistra, Stane Belak-Šrauf (1940-1995); a destra, Vanja Furlan (1966-1996)

La parete nord-ovest dell'Ama Dablam con la via di Humar e Furlan (in giallo i bivacchi). Foto di Vanja Furlan tratta dall'"American Alpine Journal" (1997, p. 6)

La parete nord-ovest del Bobaye con le vie di Humar: in rosso Zlato scre (percorsa in salita), in fucsia quella in memoria di Vanja Furlan (percorsa in discesa). Foto di Andrej Štremfelj tratta dall'"American Alpine Journal" (1997, p. 18)
Tomaž Humar non ce l'ha fatta: il fuoriclasse sloveno, classe 1969, che nei giorni scorsi aveva attaccato in solitaria la parete sud del Langtang Lirung (7227 m, Himalaya) e che, vittima di un incidente, era riuscito a chiedere aiuto, è stato trovato morto poche ore fa dai soccorritori.

Per altre informazioni (in inglese): www.mounteverest.net/news.php?id=18870 e www.ukclimbing.com/news/item.php?id=50359